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mercoledì 26 febbraio 2014

Andrea Raia e i «Granai del popolo»

Una doverosa precisazione

La ricostruzione dell'omicidio di Andrea Raia che segue è basata esclusivamente sul Rapporto Giudiziario redatto dai Carabinieri di Casteldaccia nei giorni immediatamente successivi al delitto.
La ricostruzione della vicenda fatta dall'Arma non è in alcun modo obiettiva, sebbene essa non dica il falso. Tuttavia nella ricostruzione sono omessi e/o trascurati indizi e fatti importanti. Senza questi la vicenda dell'omicidio di Raia appare una questione molto diversa da quella che in realtà è stata.
Quello che mi preme dire è che i documenti, in questo caso quelli scritti, vanno letti e interpretati tenendo ben presente il momento storico in cui essi sono creati. Sradicare i documenti dal proprio contesto storico vuol dire stravolgere la vicenda e darne un'altra versione, che risulta lontana dalla realtà dei fatti.
Nel caso dell'omicidio di Raia è bene ricordare che il momento storico è quello del 1944. In Italia e in Europa è ancora in corso la guerra. La Sicilia, occupata dagli Alleati nel 1943, è tornata, l'11 febbraio del 1944, all'amministrazione italiana, pur sotto l'egida dell'ACC (Commissione alleata di controllo) affidata al britannico Arthur Hancock. Prefetture e forze dell'ordine sono ancora quelle attive prima della caduta del fascismo: funzionari inquadrati nel regime. L'avversione da parte delle prefetture e delle forze alleate contro i comunisti e le loro attività è palese e in molti dei casi di omicidio, avvenuti a danno di sindacalisti e segretari della Camere del lavoro, si verificano depistaggi, e nella quasi totalità dei casi le vittime sono descritte come persone pericolose, mentre degli omicidi è sempre negata la natura politica, additandoli sempre a beghe personali, questioni d'onore e donne, o rivalità tra compagni di sezione.
Se si escludono i casi più noti - mi riferisco a quello di Placido Rizzotto e di Salvatore Carnevale - questi delitti non arrivano mai al dibattimento e si chiudono alla fase istruttoria, proprio a causa dei depistaggi operati nelle indagini e, ovviamente, a causa della paura che gli eventi delittuosi suscitano nelle comunità colpito, costringendo la gente al silenzio.
Questo scenario ha contribuito anche a far perdere la memoria di questi fatti che insanguinarono la Sicilia negli anni '40.

Il 5 agosto del 1944, poco prima della mezzanotte, Andrea Raia, veniva ucciso a Casteldaccia, sulla soglia della propria abitazione, in via Butera n. 5.
La morte fu istantanea in seguito a un'emorragia causata da quattro colpi di fucile sparati alla schiena da due sconosciuti. Sul posto accorsero i carabinieri e il dottor Giovanni Romano, il quale ne dichiarò il decesso.[1]
Fu adibito subito un letto nel pian terreno dell'abitazione per accogliere il corpo esanime. Le strade erano buie e degli assassini non vi era traccia: avevano, sicuramente, avuto facile via di fuga per la strada del Vallone, la strada che collega Casteldaccia a Bagheria.
Andrea Raia era nato a Casteldaccia il 7 dicembre del 1906 da Gaetano e Rosalia Tomasello. Era sposato con Santa Canale, dalla quale aveva avuto tre figli: Gaetano, Anna e Santa. Viveva con la famiglia e la madre vedova. Era iscritto al Partito Comunista Italiano, allora unico partito di cui era presente una sezione a Casteldaccia. Per questa sua militanza era stato designato per far parte della Commissione popolare di controllo per i Granai del Popolo.
Le Commissioni popolari di controllo erano degli organi, che avevano il compito di vigilare sulle operazioni di ammasso granario, sulla correttezza delle istituzioni annonarie e per la riuscita dei «Granai del Popolo», istituiti con decreto del 3 maggio 1944 del ministro dell'agricoltura Fausto Gullo, «la cui composizione doveva essere concordata dall'alto commissario e dai prefetti con i Cln e con le associazioni sindacali».[2] Infatti, dopo lo sbarco, e anche dopo l'11 febbraio 1944 - quando la Sicilia tornò sotto l'amministrazione italiana - fu mantenuta «la legislazione vincolistica sui cereali, risalente al 1936»,[3] che prevedeva «l'ammasso totale della produzione cerealicola (ad eccezione delle quote spettanti al consumo personale e familiare)».[4] Facevano parte della Commissione popolare di Casteldaccia: Andrea Raia e Salvatore Paladino per il Partito Comunista; un certo Virgilio Petronic di Forlì, per il Partito Repubblicano; e un certo Carmelo Spatafora di Palermo, per il Partito Democratico Cristiano.[5]
All'ammasso prevedeva un comitato comunale, formato in parte dalla stessa Giunta municipale, sebbene la legge Gullo prevedesse che fosse presieduta dal sindaco e composta «dal comandante locale dei carabinieri, da un rappresentante del clero designato dal vescovo, da due rappresentanti degli agricoltori e da due rappresentanti scelti fra i lavoratori dell'agricoltura».[6] Del Comitato casteldaccese facevano, invece, parte il dott. Onofrio Martorana, sindaco di Casteldaccia; Pietro Lo Monaco, vice-sindaco; Ignazio Di Domenico, commerciante; Salvatore Serra, impiegato dell'UPSEA (Ufficio Provinciale Statistico ed Economico dell'Agricoltura); Alfredo Guarrata, impiegato del Consorzio Agrario Provinciale.[7]
La delicata questione della carenza di generi alimentari a causa della guerra, e l'evidente interesse economico derivante dall'immissione dei generi di prima necessità nel mercato nero, resero tesi e spesso contrastati i rapporti tra le Commissioni popolari di controllo e i Comitati comunali: «le enormi possibilità di profitto connesse alla vendita del frumento sul mercato nero fecero sì che si creasse un saldo ed esteso fronte di opposizione alle norme sui 'granai del popolo': i produttori potevano non di rado contare sulla connivenza di sindaci, ispettori e funzionari responsabili degli ammassi».[8]
I membri del Comitato comunale, che furono ascoltati dai carabinieri, più che puntare il dito contro le azioni di controllo svolte dai due militanti comunisti, insistettero nel ribadire - come fece il sindaco Martorana - «che la nomina del Raia e del Paladino quali facenti parte della Commissione popolare di controllo non è stata bene accolta né dal pubblico né dall'amministrazione comunale, per i loro precedenti in quanto era notorio che sia il Raia sia il Paladino si occupavano di contrabbando, non lavoravano mai e quindi moralmente non si ritenevano all'altezza di disimpegnare con coscienza e con correttezza il loro mandato».[9]
In effetti, la fedina penale di Raia non risultava linda.[10] Più oscura risulta invece la figura del compagno Paladino. Salvatore Paladino, nato a Bagheria il 2 gennaio 1908, era iscritto al Partito Comunista ed era stato nominato, insieme al Raia, membro del Comitato Popolare di Controllo. Nei tre interrogatori svolti presso la stazione dei carabinieri di Casteldaccia, rispettivamente il 6, il 9 e il 12 agosto, il compagno Paladino, si rivela «niente affatto preoccupato di tale grave delitto, si rivelava sempre più impassibile ed insensibile. Se il delitto Raia avesse avuto veramente la veste politica il Paladino che col Raia divideva in solido le sorti di tale attività, doveva necessariamente conoscere se non il responsabile materiale e diretto, almeno le cause che tale delitto determinarono. Ed allora si conclude che se il Paladino nulla sa o nulla vuol dire segno è che il delitto non è politico o che egli ne è direttamente o indirettamente compromesso. In ultima analisi la condotta del Paladino è stata strana sin dal principio e tale fu confermata fino all'ultimo».[11]
È evidente che la presenza del Raia e la sua attività zelante in favore dei «Granai del popolo», quale membro del comitato popolare di controllo, nuocesse alle attività comunali e fosse ritenuta scomoda la presenza del comunista alle riunioni che si svolgevano in Comune. Le continue liti tra i comunisti e i membri del Comitato rischiarono di sfociare in rissa, come il duro scontro avvenuto in una riunione a casa del dottore Chirone, nel luglio del 1944 con tutti i produttori di grano «per invogliar[e] ad ammassare il grano»,[12] in cui un certo Francesco Montesanto, agricoltore, pretendeva che non fosse data parola al Raia, perché un contrabbandiere non poteva controllare i produttori di grano e l'ammasso.[13] Ignazio Di Domenico, iscritto al Partito Comunista e membro del Comitato Comunale per l'ammasso, accusava il Paladino di «azioni vessatorie nei riguardi dei produttori».[14] Lo stesso Di Domenico, compagno di sezione, aveva rivolto le sue lamentele per la nomina del Paladino e del Raia alla «direzione del Partito Comunista parlando a certo Zangari e Travia e Mistretta».[15]
I rapporti tesi tra il comunista Raia, il compagno Paladino e il Comitato Comunale emergono evidenti da una dura lettera che i due comunisti scrissero al Comitato Provinciale di Controllo. La lettera era stata scritta qualche giorno prima dell'uccisione del Raia e attaccava duramente il Comitato Comunale e l'impiegato Serra.

Spettabile Comitato Popolare Provinciale di Controllo per i «Granai del Popolo»

I sottoscritti, della Commissione Comunale di Controllo di Casteldaccia, espongono quanto appresso:
Domenica 16 luglio su invito del Sindaco questa commissione ha partecipato ad una  riunione in seno al Comune per discutere su argomenti di nostra competenza.
La proposta del Sindaco circa la consegna dello spolvero del 2% da parte dei mugnai ai Comuni, avendo i mugnai chie[sto la] proroga di pochi giorni per interpellare il proprio sindaco della proroga è stata concessa.
L'addetto agli accertamenti agricoli sottopone al giudizio delle due commissioni riunite una controversia con l'agricoltore Manzella, a questo punto il nostro collega Paladino ha fatto notare che di queste controversie se ne verificheranno tante quanto saranno le denunzie di produzione in quanto il controllo alle trebbie è incominciato un mese dopo l'inizio della trebbiatura e lo stesso controllo come avviene in atto non da nessuno affidamento non per negligenza della forza pubblica addetta a tale controllo ma per i molteplici motivi che riguarda questo sistema; pertanto, tenendo conto della bonomia dei contadini di Casteldaccia, del loro senso di comprensione, dell'atmosfera di libertà creata dai tempi nuovi è da ritenere che invitando i contadini a presentarsi volta per volta e ad esporre caso per caso la quantità di grano prodotto largheggiando nelle concessioni si otterrebbe molto di più che di agire con mezzi coercitivi e vessatorii anche perché Casteldaccia può dare poco grano.
Le commissioni hanno approvato all'unanimità questo metodo di controllo ed hanno rimandato il caso Manzella da decidersi quando verrà il suo turno.
Conformemente a questo sistema di controllo per dare impressione ai contadini l'impressione, il senso delle buone intenzioni che animano questi comitati anche al fine di sfamare [***] le classi più derelitte che in questo periodo sono dediti alla spigolatura, spighe che andrebbero perdute se [l]oro non le raccogliessero propose ancora il collega Paladino di consentire un limitato numero di buoni di macinazione (massimo 5 kg) da rilasciare alle spigolatrici. Il collega Petronici aggiunge che al fine di giustificare il signor sindaco per questa autodecisione contrariamente alle disposizioni ricevute si ritirerebbe un tagliando della carta [***] «pane» per ogni 500 grammi di grano da molire. È stato approvato all'unanimità 4° S'è discusso circa la necessità di intensificare il servizio di vigilanza all'uscita del paese per reprimere o limitare l'esodo del grano.
Al termine della seduta, il signor sindaco, non mettendo in dubbia l'autenticità del nostro mandato ha però richiesto che gli si facesse per iscritto la comunicazione delle nostra nomina per riconoscerci de jure e de facto non riconoscendoci fino a tale comunicazione alcuna funzione rammaricandosi di non aver richiesto al presidente del Comitato Popolare Provinciale di Controllo della autorizzazione.
Situazione del Comune di Casteldaccia
Alla venuta degli Alleati come in tutti i comuni sono stati nominati sindaci e funzionari separatisti ed affini esclusi i partiti di sinistra. Sindaco di Casteldaccia fu nominato Onofrio Martorana cognato dell'illustrissimo Sovraintendente Di Piazza. Di Piazza mangiava nella mangiatoia del Consorzio Provinciale, il cognato con le ramificazioni di parentela ed amicizia nella mangiatoia comunale.
Circa un mese fa, in previsione degli ammassi granari siccome la cittadinanza fu testimonio dei numerosi fatti di fertilizzanti che affluirono in casa del sindaco e componenti mentre i contadini non ebbero fertilizzanti e chi si e chi no 3, 5, 7 kg per non affrontare la situazione il sindaco si è dimesso.
In attesa della nomina di nuovo sindaco lo sostituisce l'assessore più anziano Lo Monaco. Quindi appartiene alla cricca che ha mangiato nella mangiatoia comunale. A sostenere pubblicamente con tutti i mezzi legali e illegali onesti e svergognati c'è suo nipote Ignazio Di Domenico.
Depose della carica pubblica di Casteldaccia e a quanto pare fu lui che ritirò i 14 quintali di grano per semina nel mese di novembre e che voi cercate. Il sindaco, sotto la guida del nipote ha commesso in questo periodo di sostituzione tante di quelle ingiustizie al punto che gli altri assessori non si sono rischiati a mettere piede in Municipio per non compromettersi con quanto fa l'assessore Lo Monaco. Azioni che gli hanno causato dei danneggiamenti in campagna di conoscenza dei carabinieri.
Ora è naturale che vivendo e sperperando la cosa pubblica in famiglia senza occhi indiscreti d'accordo con l'ammassatore e con l'addetto agli accertamenti agricoli non si può facilmente tollerare una commissione di controllo composta sul nostro tipo che non è disposta ne a mangiare nella pubblica mangiatoia ne di permettere che vi mangino più loro. Ed allora tutto è utile, necessario e indispensabile pur di raggiungere il fine, cioè il nostro allontanamento o la sostituzione con elementi più tolleranti.
Lunedì sera, il compagno Paladino, rincasando sentì che il nominato Di Domenico in compagnia di alcuni amici spiegava loro che l'azione dei vigilanti del Popolo  è un atto vessatorio, continuano a fare politica disfattista. Il Paladino lo rimproverò in quanto il Di Domenico parla tra l'altro del comitato di propaganda presieduto dal sindaco, la discussione generò e si venne a colluttazione. L'indomani il sindaco e il nipote Di Domenico si precipitarono dall'addetto agli accertamenti agricoli diffidandolo che nel compilare il verbale della seduta di domenica di mettere che lui non accettò nessuna proposta. Il Di Domenico continuò a minacciare il compagno Paladino. Furono messe in giro delle calunnie le più delittuose, come per esempio che il Paladino ha intenzioni di perquisire le case così per creare un timore e secondo le loro intenzioni un tumulto e a tal fine furono chiamati un camion di carabinieri che trovarono il paese il più pacifico del mondo avvelenato solamente dalle più insane e stupide calunnie. Ci ha chiamato il maresciallo dei carabinieri per reg[***] non sappiamo che, non avendo fatto altro che partecipare alla riunione comunale dove si è discusso quanto in principio. Solamente il nostro collega Spadafora si era ieri recato ad una trebbia ed aveva chiesto al brigadiere (o al trebbiatore) di fargli vedere una bolletta di transito. Questi i fatti secondo la più scrupolosa verità.
Chiediamo giustizia, diversamente  presentiamo le dimissioni.
Con osservanza

Paladino Salvatore
Raia Andrea
Casteldaccia 19-luglio-1944


P.S. A conferma della complicità del Segretario Serra, capo zona agli accertamenti agricoli, con le nominate persone, complicità in losche complicazioni per cui si cerca di eliminare dei sorveglianti specialmente in questo periodo il più adatto ai loro fini, basterebbe il fatto che senza essere interrogato non appena fummo a confronto col Maresciallo dei Carabinieri, col Brigadiere locale non essendoci alcuna cosa da rimproverare o da imputare secondo le loro macchinazioni il Serra ebbe a dire che persone componenti il nostro Comitato non sono adatte allo scopo e che mentre tutto andava bene prima di noi da quando è avvenuta la nostra nomina tutto va male.
Per ultimo, ieri sera circa le ore 21 fino a tarda ora è stata indetta una riunione al Comune senza che alcuno di noi sia stato invitato.

Paladino Salvatore e Raia Andrea[16]

Nella lettera vi erano accuse forti contro il Comitato Comunale e soprattutto contro Onofrio Martorana, Pietro Lo Monaco e Ignazio Di Domenico, rei di avere approfittato e fatto incetta dei rifornimenti e dei generi destinati alla comunità (nella lettera si fa riferimento a dei fertilizzanti). Un'accusa era anche rivolta a Salvatore Serra, addetto all'ammasso del grano e segretario del Comitato Comunale, per essere in combutta con il Lo Monaco. Un attacco politico è rivolto ai separatisti, i quali ricoprivano importanti ruoli nelle amministrazioni dopo l'arrivo degli Alleati. Ed appare strano il tono del comizio di Finocchiaro Aprile (leader del Movimento Separatista), tenutosi a Bagheria il 6 agosto del 1944, in cui parlò «a favore della campagna dei 'Granai del popolo'»[17] nonostante la posizione anticomunista del MIS e fortemente contraria all'ammasso granario.
A essere indagati per l'omicidio di Raia sono tuttavia, i due fratelli Tomasello, Onofrio e Francesco, pluripregiudicati e noti alle forze dell'ordine come «esponenti dell'alta maffia locale».[18]
A spostare l'attenzione sui due furono le parole della madre di Raia, Rosalia Tomasello, che dichiara nel verbale di interrogatorio del 9 agosto 1944, di aver visto i due Tomasello

[...] pochi minuti dopo che mio figlio Andrea era caduto a terra davanti alla porta siccome colpito da una fucilata, [...] di cui Onofrio è rimasto davanti alla porta, mentre il fratello Ciccio è entrato in casa. Nessuno dei due mi ha salutato né mi ha chiesto che cosa era accaduto. Non mi sembrarono affatto impressionati anzi abbastanza cinici. Erano appena giunti che il Tomasello Francesco rivolto al fratello Onofrio disse: 'È morto possiamo andare'. Infatti si allontanarono in direzione di casa loro e precisamente in direzione della piazza.[19]

Aggiunge inoltre, che

[...] Francesco rivoltosi a me in tono sommesso mi ha detto: 'Perché non lo levate non vedete che è morto?'. Con le famiglie dei fratelli Tomasello non abbiamo mai tenuto buoni rapporti nonostante fossimo lontani parenti. Ci siamo però scambiati il saluto. I fratelli Tomasello non furono notati in corteo funebre in onore di mio figlio, a cui partecipò una imponente e larga rappresentanza di popolo. Tutto il paese è venuto a farmi visita. Solo le famiglie Tomasello non si degnarono farlo. I fratelli Tomasello non manifestano nessuna idea politica, ma facevano credere a mio figlio che fossero comunisti come lui, onde carpirgli nella buona fede notizie che potevano interessarli. È accertato che più volte essi gli sono andati incontro. Io con i miei occhi ho visto due volte mio figlio insieme ai Tomasello, a Di Domenico ed altre persone del Comune e conoscendo la loro capacità a delinquere ho detto per ben dire due volte a mio figlio le seguenti parole: 'La madre non voglio che tu frequenti questa compagnia'. Egli più che convinto mi rispose: io lo so purtroppo che debbo morire tra le loro mani'. Sono più che convinta che mio figlio è stato assassinato ad opera dei fratelli Tomasello a causa della sua condizione di membro del Comitato Popolare di Controllo, la cui attività era d'intralcio a quella dei Tomasello che assieme ad altri elementi del Comune hanno sempre sperperato ai danni dell'amministrazione comunale o della povera gente.[20]

Al momento della convocazione in caserma dei due fratelli Tomasello, si presentò soltanto Onofrio, mentre Francesco risulta irreperibile.
A scagionare i due nel processo furono l'insufficienza di prove e le innumerevoli deposizioni a favore dei fratelli Tomasello, che garantirono ai due un alibi di ferro. Infatti, il 2 luglio del 1945, i fratelli Tomasello furono pertanto assolti per non aver commesso il fatto. Tuttavia nel rapporto giudiziario dell'Arma, per i carabinieri «a spingere i Tomasello ad assassinare Raia erano state 'ragioni di dominio' e la paura che Raia potesse danneggiarli nei loro traffici con il grano, oltre a farne emergere il coinvolgimento diretto del saccheggio del mulino Piraino di Casteldaccia. Per gli inquirenti i fratelli Tomasello non erano però gli unici cui avrebbe fatto comodo mettere a tacere Raia: i Tomasello 'patrocinavano la causa del Comitato Comunale', i cui componenti più volte si erano 'malamente pronunziati all'indirizzo del Raia'; 'tutti - concludeva il verbale d'indagine - temevano dal Raia una azione di controllo spietata nei confronti del passato recente e lontano', tanto da decretarne l'eliminazione».[21]
«Un supplemento di indagini sull'omicidio avvenuto il 5 agosto fu richiesto dallo stesso Togliatti. Ne risultò l'isolamento nel quale i comunisti conducevano a Casteldaccia la battaglia per gli ammassi».[22]
«Negli anni '60, il Pci si fece promotore di una iniziativa legislativa finalizzata alla 'concessione di un assegno vitalizio alle famiglie di dirigenti sindacali e politici uccisi dalla mafia nella lotta per il lavoro, la libertà e il progresso della Sicilia'. [...] Il 20 aprile 1966 venne presentato un disegno di legge il cui primo firmatario era Feliciano Rossitto. Sottoscrissero il disegno 31 deputati, anche perché al gruppo del Pci si unirono alcuni parlamentari del Psi e della Dc».[23] Tuttavia l'iter della legge fu tormentato, infatti dopo essere stata approvata dall'Assemblea Regionale, fu dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale. Soltanto il 13 settembre 1999, entrarono in vigore le «nuove norme in materia di interventi contro la mafia e di misure di solidarietà in favore delle vittime della mafia e dei loro familiari».[24]
A Palermo, una sezione del Partito Comunista fu intitolata ad Andrea Raia.
Le circostanze, le cause e il movente dell'omicidio non emergono dalle carte di un tribunale. Non fu chiaro allora per il giudice, perché come in molte cose siciliane, prevalse il senso dell'omertà, il senso dell'«io non sapevo», «io niente posso fornire di utile alle indagini». Come in molte cose siciliane, fu lasciato a una madre che piange tra le braccia il figlio morto, l'onere di gridare e chiedere giustizia.
«Solo un anno dopo lo sbarco alleato, Raia era la prima vittima di quella violenta e sanguinosa battaglia che, in nome del progresso sociale e dell'emancipazione delle masse contadine dell'isola, avrebbe visto per un ventennio cadere politici e sindacalisti sotto i colpi di un potente e coeso blocco sociale violento e reazionario sostenuto dalla mafia; battaglia di cui la strage di Portella della Ginestra avrebbe rappresentato uno dei momenti più drammatici».[25]

Riferimenti bibliografici: S. Di Matteo, Cronache di un quinquennio. Anni roventi. La Sicilia dal 1943 al 1947, Palermo, G. Denaro, 1963; S. M. Finocchiaro, Il Partito comunista e gli ammassi granari 1944-1947. Questione alimentare, ordine pubblico e unità antifascista, in Momenti e problemi di storia politica in Sicilia 1944-1953, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2011; Id., Il Partito comunista nella Sicilia del dopoguerra (1943-1948). Conflitto sociale, organizzazione e propaganda tra collaborazione antifascista e guerra fredda, prefazione di Rosario Mangiameli, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2009; S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 2004; R. Mangiameli, La regione in guerra (1943-50), in Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi. La Sicilia, a cura di Maurice Aymard e Giuseppe Giarrizzo, Torino, Einaudi, 1987; M. Patti, La Sicilia e gli Alleati. Tra occupazione e Liberazione, prefazione di Salvatore Lupo, Roma, Donzelli, 2013; Placido Rizzotto e altri caduti per la libertà contro la mafia, a cura di Michele Figurelli, Linda Pantano, Enza Sgrò, Palermo, Istituto Gramsci Siciliano, 2012; F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Palermo, Sellerio, 1987, vol. 3; U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all'impegno civile, Roma, Editori Riuniti, 2009.

Link correlati:






[1] Archivio dell'Istituto Gramsci Siciliano (d'ora in poi AIGS), Fondo Riela (d'ora in poi FR), b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia.
[2] S. M. Finocchiaro, Il Partito comunista e gli ammassi granari 1944-1947. Questione alimentare, ordine pubblico e unità antifascista, in Momenti e problemi di storia politica in Sicilia 1944-1953, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2011, p. 22.
[3] Ivi, p. 13.
[4] Ivi, p. 22.
[5] AIGS, FR, b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia.
[6] M. Patti, La Sicilia e gli alleati. Tra occupazione e Liberazione, prefazione di S. Lupo, Roma, Donzelli, 2013, p. 151.
[7] AIGS, FR, b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia.
[8] M. Patti, La Sicilia e gli alleati, cit. p. 149.
[9] AIGS, FR, b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia, allegato n. 20.
[10] «A carico suo figuravano i seguenti precedenti penali: "Il giorno 11 ottobre 1923 con Verbale N.21 dell'Arma di Casteldaccia venne arrestato per simulazione di reato. (Furto). Con sentenza 7 novembre 1923 della pretura di Bagheria fu dichiarato non doversi procedere a carico di Raia Andrea e Gaetano per non aver commesso reato. Con sentenza dell'11 maggio del 1929 del Pretore di Bagheria condannato a 5 giorni di arresti e lire 1000 di ammenda (pena sospesa per anni 5) per contravvenzione all'art. 54 Legge di P.S. 13 3 1942 dall'Arma di Marianopoli venne denunciato per contrabbando di grano. Con Verbale N. 66 in data 12 9 1942 denunciato dall'Arma di Casteldaccia per violazione all'art. 12 Legge 8 7 1941 N. 645. 4 11 1942 Tribunale di Palermo quest'ultimo reato condanna a mesi 6 di reclusione e L.4 Mila di multa. " Questi precedenti, sia pure di portata limitata, rilevano la figura criminale e contrabbandiera del Raia, a tutti nota in Casteldaccia, ove era diventato popolarissimo, specie per il suo carattere» (AIGS, FR, b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia).
[11] AIGS, FR, b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia.
[12] AIGS, FR, b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia, allegato n. 19.
[13] Ibid.
[14] Ivi, allegato n. 21.
[15] Ibid.
[16] Ivi, allegato n. 24.
[17] F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Palermo, Sellerio, 1987, vol. 3, p. 139.
[18] Richieste di certificato penale Tribunale di Palermo Ufficio d'Istruzione dei processi penali del 24 novembre 1944:
Tomasello Francesco - 11/9/1902 Tribunale Palermo reclusione 15 mesi per lesioni pena ridotta ad un anno; 19/9/1919 Sezione Accusa Palermo non luogo a procedere insufficienti prove per omicidio due volte; 2/9/1922 Sezione Accusa Palermo non luogo a procedere insufficienti prove per 4 omicidi; 19/6/1928 Sezione Accusa Palermo non luogo a procedere insufficiente prove per 4 estorsioni, rapina, estorsione, furto, 6 ricettazioni e 11 omicidi; 8/6/1931 Corte Appello di Palermo reclusioni anni 3 vig. speciale P.S. anni 2 per associazione a delinquere condonata; 11/4/1934 Pretore Bagheria ammenda L. 250 per contravv. lavoro.
Tomasello Onofrio - 19/6/1928 Sezione Accusa Palermo non luogo a procedere insufficienti prove per 5 omicidi; 2/6/1931 Corte d'Appello di Palermo reclusione anni 3 e vig. spec. P.S. anni 2 per associazioni a delinquere revocata libertà vigilata (AIGS, FR, b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia).
[19] Ivi, allegato n. 10.
[20] Ibid.
[21] M. Patti, La Sicilia e gli alleati, cit. p. 153. Patti cita AIGS, FR, b. «Uccisione di Andrea Raia», Casteldaccia 10 settembre 1944, Rapporto giudiziario circa l'omicidio di premeditato e consumato in persona di Andrea Raia.
[22] R. Mangiameli, La regione in guerra (1943-50), in Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi. La Sicilia, a cura di Maurice Aymard e Giuseppe Giarrizzo, Torino, Einaudi, 1987, p. 548.
[23] Placido Rizzotto e altri caduti per la libertà contro la mafia, a cura di M. Figurelli-L. Pantano-V. Sgrò, Palermo, Istituto Gramsci Siciliano, 2012, pp. 13-14.
[24] Ivi, p. 16.
[25] M. Patti, La Sicilia e gli alleati, cit. p. 154.

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